domenica 21 marzo 2021

Un cantiere sempre aperto.




Premesso che è passato troppo poco tempo per tracciare un giudizio sull'operato del neo presidente della FCI, leggendo il programma non possiamo fare a meno di notare che il ciclismo femminile è ancora (almeno a parole) relegato in un angolo poco prima del paragrafo dedicato al settore amatoriale, si parla solo di supporto alle junior mentre la categoria elitè (almeno nel programma) viene sorprendentemente ignorata, anche gli altri candidati in sede di campagna elettorale non hanno speso molte parole preferendo parlare non di ciclismo femminile ma di "ciclismo", senza capire che proprio per via delle problematiche che attanagliano il movimento, il ciclismo femminile avrebbe meritato un capitolo a parte. Inspiegabile.

Bene il discorso relativo al taglio degli "stipendi" o "rimborsi spese" che dir si voglia, basta leggere il bilancio della FCI 2020 o quello degli anni precedenti per capire che si tratta di una voce che "pesa", tanto. Troppi pseudo volontari che hanno fatto degli incarichi in FCI dei secondi lavori se non dei primi lavori come ha scritto Dagnoni, troppi soldi che sarebbe stato meglio destinare altrove, ma ci arriviamo.

Maglia azzurra e sponsor: servono sponsors "munifici", inutile girarci intorno, la maglia azzurra del ciclismo ( e qui siamo d'accordo con Dagnoni) merita di essere valorizzata, non avrà la stessa visibilità di quella della nazionale di calcio, ma non può essere svenduta per pochi spiccioli. Chi vuole farsi pubblicità sulla pelle degli atleti non a gratis ma quasi può guardare altrove, grazie. Per chiudere questo paragrafo: i soldi delle sponsorizzazioni vanno investiti "meglio", in Italia è difficile far passare questo concetto ma tant'è.

Social media e comunicazione: nel programma si legge che i socials sono uno strumento da non sottovalutare, vorremmo far notare che ne parlavamo già 10 anni fa su questa stessa piattaforma e che purtroppo non è cambiato niente perchè anche cliccando a più non posso pagine dedicate al ciclismo su facebook, difficilmente l'algoritmo propone la promozione degli eventi a due ruote sul territorio, servono social managers che sappiano il fatto loro e web designers all'altezza della situazione, basta andare sul sito della federciclo inglese per rendersi conto che in materia di comunicazione siamo fermi al 2000, anno più anno meno.

Attività sportiva: anche qui si parla prevalentemente di ciclismo maschile con riferimento ai professionisti "Continental". Le donne ? Ignorate.

Serve un cambio di mentalità, serve una riorganizzazione del settore giovanile, da anni, anzi, da sempre, una ragazza approda alla categoria junior e ha non 4 anni per dimostrare di valere il "passaggio" nella categoria superiore ma solo 2 durante i quali deve deve vincere, (se stravince è pure meglio) col rischio di "bruciarsi" prima ancora di avere iniziato a fare sul serio. Chi scrive ha visto tante corse delle categorie junior (ma anche esordienti e allieve), ragazze che da junior andavano bene, che si piazzavano, che vincevano talvolta che poi si sono perse. Serve (e lo ripetiamo da anni) una categoria "cuscinetto" tra le junior e le elitè, l'ansia da risultato già da junior può portare (fattore non trascurabile) alla ricerca di qualche aiutino extra per non perdere il treno buono. Su questo punto la FCI (ma anche l'UCI) è silente.

Settore pista: siamo aggrappati a Montichiari e dobbiamo solo sperare che la struttura funzioni a dovere, purtroppo, vista la situazione attuale è anche solo pensare di poter costruire nuovi impianti, le cose andavano fatte prima sull'esempio di altre nazioni (Australia, Regno Unito, Nuova Zelanda, Germania ma non solo), le risorse andavano impiegate meglio. Guardiamo il bilancio FCI del 2020, alla voce spese del personale leggiamo un bel 4.000.000 di euro abbondanti e parliamo di una federazione che come ha scritto anche Dagnoni sul suo programma si è sempre retta sul volontariato... Se i soldi fossero stati impiegati meglio, se la FCI avesse avuto sponsor di livello, forse a quest'ora il velodromo Vigorelli di Milano avrebbe una copertura integrale a un prezzo inferiore ai 50 milioni di euro preventivati per riqualificarlo con una pista da 250 metri, campi da basket, da volley, sky boxes ecc, forse, almeno nel nord Italia, avremmo un impianto coperto facilmente raggiungibile ben servito dai mezzi pubblici, con una pista che non può essere usata per mondiali e Olimpiadi ma è omologata per tutte le altre manifestazioni, 6 giorni incluse

Sicurezza in gara: serve una cosa sola, una commissione tecnica che vada a vedere i percorsi e che dica a chiare lettere se si può correre o no e questo vale in primis per le categorie giovanili e per le donne che spesso si trovano a dover gareggiare in situazioni "limite". Nel programma si parla di altro: incontri tra i rappresentanti delle scorte tecniche  e delle motostaffette e istituzione di un albo per i direttori di corsa, non basta.

Settore studi: sosteniamo da anni l'importanza di avere ds laureati ISEF, utopia in un ambiente autoreferenziale dove vanno avanti figli e parenti di ds che spesso e volentieri hanno avuto a che fare col doping e lo hanno tramandato manco fosse un patrimonio da conservare. Si pretende la massima professionalità da parte delle atlete, noi la pretendiamo da parte di coloro i/le quali hanno il compito di gestirle sui campi di gara, in allenamento e in off season.

Lotta al doping: non se ne parla nella maniera più assoluta, chi scrive ritiene che invece andrebbe intensificata sopratutto nelle categorie giovanili per prevenire certe "esasperazioni", ne abbiamo parlato nel paragrafo dedicato all'attività sportiva.

Eventi: vanno organizzati meglio, la mentalità da corsa di paese che stoicamente resiste in Italia va abbandonata, non si può più pensare di arrivare, gonfiare le gomme, correre e andare a casa. Servono eventi collaterali, servono stands dove poter acquistare le maglie che le ragazze usano in gara, dove poter acquistare materiale tecnico per la bicicletta, sessioni di autografi e foto con le atlete organizzate come Dio comanda, serve avvicinare il pubblico alle gare, più spettatori, più sponsors, più risorse da investire per "vendere" meglio il ciclismo femminile, Covid permettendo e sempre che a Federazione e team managers la cosa interessi almeno un po'.

Conclusioni: Dagnoni è all'inizio del suo mandato e va lasciato lavorare, il tempo ci dirà se avrà operato bene oppure no, da parte nostra ribadiamo che non avrebbe fatto male una maggiore attenzione al ciclismo femminile dal momento che è quello che da anni porta le medaglie e salva la baracca.



giovedì 25 febbraio 2021

Web e televisione; per il ciclismo il sorpasso è arrivato

 



Vissuta e passata la sfida elettoral-ciclistica della Federciclo con Dagnoni nuovo padrone di casa. Ma soprattutto si è chiusa la prima campagna elettorale seguita come mai prima. Cos’erano le elezioni precedenti? Qualcosa nella stampa specializzata, qualche articolo nei quotidiani sportivi quando mancavano una decina di giorni all’elezione, un articolo o poco più a giochi fatti, con un servizio televisivo di forse due minuti. 

Sarà che Silvio Martinello è persona che, tra RAI tivù e Radio RAI, ha fatto della comunicazione un bel pezzo della sua vita post-ciclismo, ma il suo approccio dedito a far conoscere al pubblico il suo programma ha obbligato gli altri candidati ad adeguarsi. Una campagna elettorale che per la prima volta è stata seguita, discussa, criticata ed elogiata non solo dagli addetti ai lavori, ma da tutte le persone appassionate che potevano sedere di fronte al PC. Si, perché il web è stato protagonista indiscusso per la diffusione delle notizie al riguardo

Il mondo della rete è ormai sempre più casa per gli appassionati di ciclismo. Le notizie che arrivano  in televisione spesso sono già date ed approfondite tra spazi social, blog o siti web più o meno professionali. Senza web quanto avremmo potuto conoscere i progetti dei candidati? Seguire in diretta le fasi dell’elezione? 

La televisione è ormai una fonte di secondo piano per gli approfondimenti sul ciclismo. Dopo un decennio di crescita continua, quello da poco passato, ormai non v’è paragone sulla differenza (enorme) di scelta che esiste nel web per seguire la disciplina ciclistica. L’hanno capito quasi tutti nel decennio precedente, tranne l’organizzazione del Giro femminile, avente un sito web che dal punto di vista dei contenuti è lo stesso di dieci anni addietro, godendo ogni tanto di una ‘rinfrescata’ sul discorso grafico.  


domenica 21 febbraio 2021

Elezioni FCI: due cose che speravamo di sentire.




Nonostante questo spazio si sia esposto da tempo a favore di un nome tra i candidati, in queste settimane abbiamo cercato di trovare e condividere più confronti possibili tra il poker di pretendenti alla presidenza della Federciclo di casa nostra, per offrirvi la più variegata platea di progetti, opinioni, buoni propositi. Abbiamo ovviamente avuto un occhio di riguardo sull’argomento ciclistico femminile, quest’ultimo ben poco discusso. Se da un lato il pensiero era che quando si parlava di ciclismo su strada era sottinteso tutto il mondo ciclistico di qualunque categoria, dall’altra però speravamo di più perché due cose non sarebbe stato male analizzarle.

1) Ciclismo rosa di casa nostra;

l’arrivo del World Tour femminile rappresenta una realtà di alto livello senza dubbio, ma solo per chi se la può permettere. Quando è stato varato è capitato che la 1^ Classe è salita di un gradino diventando Business Class, ma togliendo la seconda classe e trasformandola in turistica. Già questo è tema che rischia di costruire differenze che potrebbero – speriamo di no – riportare il ciclismo rosa di casa nostra a rivivere quel periodo dove poche persone lo tenevano in mano. 

2) Salto con l’asta, senza l’asta;

continuare senza la categoria Under 23 il famoso ‘salto’ (da Juniores direttamente a Elite) rende le cose ben più complicate, favorendo una maggiore possibilità di perdere per strada un numero di ragazze che spesso, ciclisticamente parlando, devono crescere in fretta. Non tutte hanno il talento enorme di una Paternoster o di una Balsamo, non tutte riescono a trovare un ambiente dove la parola ‘pazienza’ trova casa ed è accettata da dirigenti o tecnici. 

Ecco due motivi che speravamo potessero diventare argomento di discussione prima e impegno poi.


mercoledì 17 febbraio 2021

Tempo scaduto ?


Sicurezza e impianti, centri di formazione, categorie giovanili, reclutamento, ne hanno parlato tutti i candidati alla presidenza FCI durante le "live" che si sono succedute su Facebook e su altre piattaforme online nel corso delle ultime settimane. Tante chiacchiere, tante belle parole,tante idee, peccato che manchino i "mezzi", leggi "soldi" per metterle in pratica, perchè come si evince dall'ultimo bilancio FCI gli sponsors incidono pochissimo (e sarebbe interessante saper dove finiscono quei soldi) a fronte di un budget di spesa per quanto riguarda la voce "dipendenti" e quindi comitati regionali, provinciali per non parlare di coloro i quali lavorano a Roma che è in netta controtendenza. Che sia il caso di snellire la "macchina burocratica" visti i costi esorbitanti che comporta ?

Parliamo di centri di formazione, si vuole incentivare la pratica del ciclismo sopratutto nei velodromi (che meritano un paragrafo a parte) quando chiunque frequenti o abbia frequentato l'ambiente a vario titolo sa che quando va bene la stessa bicicletta da pista opportunamente adattata viene usata da tre praticanti. Sembra di essere nel 1998 quando su alcune testate giornalistiche del settore se ne parlava, quando si diceva che si riusciva a malapena ad avere il vestiario da gara, altro che le bici... Siamo nel 2020 e ça va sans dire, non è cambiato niente, nel frattempo abbiamo avuto ct delle nazionali su strada "pro" pagati uno sproposito mentre all'estero, parole di Francesco Moser, "venivano nominati li' per li' ogni anno", soldi che potevano essere investiti meglio già allora per la "base" o per realizzare delle strutture indoor all'altezza della situazione e invece... 

La domanda è sempre la stessa: Niente ? NIENTE. Non è stato fatto niente e solo adesso ci stiamo, anzi, si stanno rendendo conto che la "base" è quanto mai fragile e senza quella crolla tutto quanto ci sta sopra. Mi domando con quali mezzi i candidati vogliono realizzare i loro progetti, davvero.

                                                      Velodromi


Da anni continuiamo ad inseguire mentre all'estero, in Francia, nel Regno Unito, in Australia, Germania, Nuova Zelanda per citare le nazioni dove esiste una forte "cultura" del ciclismo su pista, la base è solida perchè le cose sono state fatte quando era il momento di farle, è stata creata una scuola di tecnici di primo ordine e i corridori sono stati messi in condizione di lavorare al meglio. Il Regno Unito dove vive chi scrive, ha sei velodromi indoor, le università  hanno le squadre di ciclismo sul modello dei colleges americani, i meetings su pista sono seguitissimi e quasi sempre sold out (nella foto sopra, il velodromo di Manchester durante i campionati nazionali inglesi 2019 ai quali chi scrive era presente), le scolaresche vengono invitate ad assistere alle gare e il reclutamento di giovani promesse viene da se,' perchè su 1500-2000 bambini/bambine è normale e automatico che più di uno/una pensi "voglio provare anch'io, voglio essere come Jason Kenny o Victoria Pendleton". 

In Italia ? In Italia il pubblico delle grandi occasioni nei velodromi (per lo più all'aperto, vetusti e scomodi) non si vede dai tempi delle Sei Giorni di Milano al vecchio Palasport di San Siro, perchè in Italia, o manifestazioni TOP oppure nulla, gli appassionati non si muovono da casa.  Niente pubblico, zero incassi, poca voglia degli sponsors di investire (e non li biasimo), bene o male sempre li' si torna.

 Impianti, strutture, programmazione, tutte cose che non si fanno dall'oggi al domani, mentre all'estero la macchina organizzativa è bene oliata ormai, in Italia ci si aggrappa alla speranza che arrivino delle medaglie dalla rassegne mondiali, olimpiche eccetera,dietro non c'è niente altro se non la grinta e la determinazione dei corridori e la capacità di spaccare il cappello in quattro dei tecnici (Salvoldi in primis) che hanno pochissimi mezzi a disposizione e compiono degli autentici miracoli.

Altra domanda: i soldi, pochi o tanti che fossero, a differenza dell'Italia sono stati forse utilizzati MEGLIO all'estero ? A Milano abbiamo il Vigorelli che potrebbe essere un gioiello se solo si volesse: possibile che in tutti questi anni nessuno abbia mai pensato a un progetto per coprirlo lasciando il layout della pista inalterato ? Possibile che con tutti i soldi derivanti dai finanziamenti del CONI non si sia mai riusciti a trovare le risorse per metterlo in condizione di essere fruibile 365 giorni all'anno ? Perchè in America si realizzano strutture coperte come gli stadi NFL da 70-80000 spettatori e in Italia non è mai stato possibile pensare a un Vigorelli indoor ? La struttura c'è già, basterebbe coprirla, dotarla dei servizi necessari e avremmo un signor impianto facilmente raggiungibile da tutto il Nord Italia coi mezzi pubblici (ovviamente non adesso per via del Covid). Invece no, inseguiamo improbabili cattedrali nel deserto come il velodromo di Spresiano che, qualora venisse ultimato, verrebbe usato ben che vada dai veneti e dai trentini. Abbiamo Montichiari è vero, ma anche li' stesso problema, è bello anche se non capientissimo, ma arrivarci senza automobile è un "parto". Bella struttura ma sprecata per via della sua ubicazione. Servirebbero poi minimo altri due velodromi indoor, uno al centro e uno nel sud Italia, ma se non sono mai stati costruiti prima, non vedo come possano vedere la luce in questo periodo storico, la loro mancanza è un "freno" di quelli grossi alla crescita del movimento; certo, ci sono strutture all'aperto ma non bastano.


                             Reclutamento, sicurezza e bike parks

                                    

A mio modo di vedere, parlare di sicurezza e pretendere di portare in pista dei "giovanissimi" mi pare irrealistico, servono più velodromi (anche all'aperto in questo caso), dove un ragazzino di 10-11-12 anni possa apprendere i rudimenti della guida del mezzo senza dover avere a che fare con le pendenze esasperate che si possono trovare nei velodromi "tradizionali" e possa allenarsi in condizioni di reale sicurezza. Portare un G4 a Montichiari piuttosto che a Dalmine senza che abbia imparato come stare in bici equivale a portare un giovane kartista alle prime armi da Lonato a Monza o Daytona senza avergli fatto fare nessun passaggio intermedio e sperando che tutto vada bene, ecco perchè servirebbero velodromi come quello del Parco Nord di Cinisello Balsamo sul quale chi scrive ha anche pedalato anni fa, strutture che possono essere una bella "palestra formativa" sopratutto per i giovanissimi in TOTALE sicurezza. Bike parks ok, ma che non siano "dedicati" solo a MTB e BMX.

Il reclutamento: il ciclismo tradizionalmente attinge da famiglie dove i genitori hanno corso in bicicletta, dove ci sono fratelli o sorelle maggiori che corrono in bicicletta, è stato così per chi scrive ed è così per un buon 80-90 per cento dei casi. La soluzione al problema passa attraverso una migliore "promozione" del prodotto "ciclismo", avere velodromi coperti, incentivare le scuole a portare i bambini a vedere i meetings su pista ma non solo. Duole assai dirlo, ma da sempre il ciclista, nell'immaginario collettivo viene visto come il "fratello sfortunato" di quello che pratica il calcio, il tennis, la pallacanestro solo per citare qualche disciplina, perchè il ciclismo viene "venduto" male, le corse minori vengono passate in tv a orari improponibili, riprese male e commentate pure peggio con speakers che pare si divertano a fare a gara a chi dice lo strafalcione più grosso e a chi storpia di più e meglio i nomi dei corridori. Duole inoltre dire che i casi di doping non aiutano e tengono alla larga dal movimento i genitori di quei ragazzini che vorrebbero correre. 

Personalmente, se avessi un figlio che volesse iniziare, non so se mi sentirei così tranquillo sapendo come funzionano le cose, vedendo come vengono trattati anche i più giovani, cercherei un team manager assolutamente al di sopra di ogni sospetto e con un forte progetto "ETICO" prima che tecnico, un manager che non cerchi il risultato a tutti i costi, ce ne sono, non sono molti purtroppo e più si sale con le categorie e più si va a peggiorare. L'ambiente deve darsi una regolata in materia di doping, altrimenti sarà sempre più difficile mantenere in vita il settore giovanile senza il quale il movimento d'elitè rischia di scomparire. Senza credibilità non si va da nessuna parte.

Tirando le somme: si è fatto troppo poco in passato, si cerca di recuperare affannosamente e come se non bastasse c'è questa pandemia che rende tutto ancora più complicato, mentre all'estero con le dovute cautele si continua a fare attività e a formare nuovi atleti. A meno di improbabili miracoli, chi scrive non vede come si possa attuare il tanto auspicato cambiamento senza mezzi, senza strutture e con una pandemia che ci penalizza di più rispetto ad altre nazioni.




mercoledì 6 gennaio 2021

Scrivi "open" e leggi "salvezza" ?



Sono trentuno gli appuntamenti resi noti dalla Federciclo con il calendario gare 2021 per il panorama rosa nel nostro territorio. Non pochi, anche se vi sono delle distinzioni da rimarcare. Quella più evidente anche all’occhio del non appassionato è il numero di prove, sedici, che si presentano con la formula “open”. Due sole le prove World Tour dopo la retrocessione ciclistica del Giro, che vivrà di inviti che dovrebbero essere comunque di primo piano.

Sedici su trentuno sono praticamente un evento su due. Una formula che in questo periodo profuma di un comprensibile “uno per tutti e tutti per uno, sennò rischiamo di chiudere baracca” e che permetterà la presenza di più società per concentrarle in un evento utile ad avere una robusta presenza di concorrenti. Ottimo esempio è stata l’edizione messa in piedi dalla Racconigi Cycling Team in quel di Cuneo, che ha presentato una bella partecipazione in termini numerici.

All’occhio dell’osservatore occasionale, quello che non va certo a cercare questioni tecnico-sportive, questi eventi “aperti” non dovrebbero sfigurare. Di contro, al momento sono soltanto sei le prove specificatamente Juniores. Permetteteci di contarne due in meno, quindi quattro, visto che due sono quelle che assegnano i tricolori in linea e a cronometro. Le altre saranno dentro il meccanismo “open” per unire categorie di livello diverso e permettere, di riflesso, quella maggior partecipazione numerica che potrà provocare la sopravvivenza dell’evento.


A cura di Manuel

giovedì 31 dicembre 2020

Bilancio di fine stagione 2020.

 




Una stagione anomala, tante corse saltate o annullate per i ben noti motivi legati alla pandemia e un ciclismo femminile che prima di diventare "grande" deve ancora (a distanza di anni) provare a diventare "ciclismo femminile", senza annoiare con inutili e ubriacanti statistiche e numeri proviamo a tracciare un bilancio di ciò che è stato il 2020.


   ELITÈ STRADA


Dominio straniero con le olandesi Van Der Breggen e Van Vleuten sugli scudi nelle corse più importanti del calendario (Freccia Vallone, Giro, Mondiali), la Longo Borghini resta l'unica italiana in grado di reggere le sorti del movimento tricolore; Soraya Paladin giovane e futuribile se saprà ritagliarsi un ruolo più importante senza "bruciarsi" con compiti di gregariato che alla lunga fanno perdere lo "smalto" e le motivazioni che servono per puntare ai grossi traguardi, il talento c'è, la speranza è quella di non vederlo sprecato nonostante davanti a lei ci sia il "totem" Marianne Vos.


                                           JUNIOR E UNDER STRADA


Movimento giovanile sempre al top grazie al lavoro del sempre ottimo Salvoldi che nonostante le ristrettezze economiche riesce sempre a portare a casa risultati di rilievo e che anche quest'anno non ha tradito le attese con l'oro di Elisa Balsamo  agli europei di Plouay, il piazzamento di Chiara Consonni (decima) e l'oro della Gasparrini tra le junior, tutte e tre da rivedere assieme alla già citata Paladin per capire se c'è margine per un ulteriore miglioramento. Troppo spesso assistiamo ad ottime performances delle nostre atlete junior e under che poi per vari motivi non riescono a riconfermarsi quando il livello della competizione si alza e si vede chi ha le motivazioni e la "cilindrata" per fare le grosse prestazioni e chi invece deve accontentarsi di restare nel limbo.


                                                          PISTA


Vale lo stesso discorso già fatto per le Junior/under del settore strada, il movimento tiene "botta" e nonostante le carenza economiche e strutturali imbarazzanti se paragonate a quelle del Regno Unito ma non solo, l'Italia esce dalla rassegna mondiale elitè con il bronzo di Miriam Vece nei 500 mt, l'argento della Paternoster nell'omnium e il bronzo di Paternoster e Balsamo nell'americana mentre continua ad essere latitante nel settore velocità dove altre atlete (le tedesche su tutte) hanno preso il posto dei due mostri sacri Anna Meares e Vicky Pendleton. Bilancio comunque positivo se paragonato a ciò che era il settore femminile "pista" prima degli ori di Antonella Bellutti ad Atlanta e Sidney. I campionati europei hanno regalato all'Italia un ricco bottino di medaglie con l'oro di Martina Fidanza nello scratch, quello di Elisa Balsamo nell'omnium e di Elisa Balsamo e Vittoria Guazzini nell'americana, gli argenti del quartetto dell'inseguimento a squadre, dell'eliminazione, della corsa a punti, dell'inseguimento individuale (con record italiano) e i bronzi dell'eterna Silvia Valsecchi e della Vece rispettivamente nell'inseguimento individuale e nei 500 mt. Una volta di più: risultati davvero buoni se consideriamo che in Italia tolto il velodromo di Montichiari siamo ancora all'anno zero dopo il crollo del Palasport di Milano nel 1985.


                                                Giro rosa, le dolenti note



Parliamo di ciò che non ha funzionato partendo dalla prima tappa in linea vinta dalla Van Vleuten: se sterrato deve essere, che sia almeno "battuto", "preparato" a dovere, vedere le atlete in salita su un tratto di strada pieno di solchi degni di una gara di motocross (per non parlare delle pietre) non è stato un bello spot per il ciclismo femminile, oltre a ciò abbiamo avuto un trasferimento "fiume" di 12 km per arrivare al km zero, un arrivo spostato con le squadre avvertite solo la sera prima a causa di una frana, strade "crazy and dangerous" come ha detto la Van Vleuten su Twitter, parcheggi riservati alle squadre con vetri e immondizia e la rituale mancanza della diretta tv figlia anche del lassismo degli appassionati che da sempre (senza parlare del 2020 e delle restrizioni imposte dal Covid-19), hanno snobbato e continuano a snobbare il ciclismo femminile preferendo fare decine se non centinaia di km per veder passare il Giro d'Italia maschile. Non stupisce quindi il fatto che dal prossimo anno non farà parte delle corse di categoria "World Tour".

Gli organizzatori (e una parte del movimento, quello nostrano nella fattispecie) devono capire una volta di più che nulla è più dovuto: per anni si sono pretesi gli sponsors munifici, i big money, le tv, gli spettatori a bordo strada (senza la benchè minima voglia di promuovere gli eventi)e  senza dare nulla in cambio, l'UCI sta lavorando per dare (finalmente) la dignità che il movimento merita, ci sono squadre "pro" maschili che hanno anche teams femminili, le atlete di vertice sono di alto livello (non che prima non ce ne fossero anzi, non è il caso di fare nomi), chi regge le fila del circo rosa deve adeguarsi, non siamo più nel 1985 e questo vale anche per chi le corse le segue e le fotografa: non basta (più) far vedere (solo) il lato "glamour" delle corse, serve anche segnalare eventuali "criticità" laddove ce ne siano.


Un ringraziamento a chi è arrivato fin qui, un buon 2021, sperando che si possa assistere a una stagione "spalmata" su 7-8 mesi come è sempre stato e che le gare nazionali possano tornare ad avere al via atlete di livello mondiale come a fine anni '90/primissimi anni 2000.



martedì 1 dicembre 2020

Perchè Di Rocco non è fuorigioco.

 



Pare che il non più lontano 2021 potrebbe rappresentare la fine dell’era ciclistica Di Rocco-Federciclo. Potrebbe, perché quando si gioca sulla scacchiera dei piani alti, nelle stanze dei bottoni, lo sport deve vedersela con la politica, gli interessi, le promesse, gli scambi di favore che diventano voto. La persona che settimane addietro, prima di tutti, si è presentata con la volontà di candidarsi per la presidenza e, sempre prima di tutti, ha iniziato a far conoscere le sue intenzioni nel caso di nomina è Silvio Martinello. Non stiamo a disquisire sulle possibilità dei candidati, sui perché si e perché no, sui pregi o sugli eventuali difetti. 

Quello che ha riscaldato l’ambiente nel periodo dedicato alla campagna elettoral-ciclistica è il clima abbastanza pepato che pian piano si è fatto strada. Dichiarazioni che da una parte all’altra si sono fatte strada anche in modo un po’ acido. Certamente non l’ideale, ma forse figlie di un qualcosa che non si veda l’ora che cambi, mentre vi è una controparte che di farsi da parte non ne ha una gran voglia, o quantomeno non ha una gran voglia che le cose cambino troppo. 

Due motivi per cui Di Rocco non è ancora fuori? Uno potrebbe essere che noi italiani abbiamo da sempre, per cultura, una paura dannata dei cambiamenti. Un’altra è che Di Rocco non viene soltanto da tre lustri da padrone di casa, ma da altrettanti nel dietro le quinte. In Federciclo vi sono persone che senza lui avrebbero dovuto trovarsi altro da fare la domenica. Quindi se da un lato vi è un candidato (Martinello) che sembra essere visto in maniera positiva, lo stesso dovrà vedersela con rappresentanti regionali o provinciali che a Di Rocco devono non poco.