Il ciclismo femminile, al netto di tutta la ''crescita'' di cui si favoleggia fa pena. Pena però è un termine dalle mille sfaccettature, per cui è il caso di fare qualche distinguo. Il ciclismo femminile italiano fa pena, nemmeno nel Regno Unito dove il settore femminile è piombato in una crisi dalla quale non si se e quando si risolleverà, la situazione è così catastrofica; il ciclismo femminile italiano fa pena, nazioni come il Belgio che fino a pochi anni fa non contavano niente a livello di risultati e di seguito (del settore femminile), sembrano la Lituania del periodo 1996 - 2001.
Risultati degni di nota a livello di seguito ? Pochini ed estemporanei dovuti più che altro a semplice curiosità, l'organizzazione delle gare è appena presentabile, i media vanno avanti a foto e sterili comunicati stampa. Tanto che a una tangibile inversione di marcia e a un radicale mutamento non ha mai creduto nessuno, nemmeno lacchè professionisti ça va sans dire, i re del tramezzino all'hospitality, i primi a non volere il cambiamento.
La governance del ciclismo femminile fa pena nel senso di repulsione e fastidio ogni volta che un suo componente parla. Il resto non esiste, non c'è un vero e proprio Centro Tecnico a meno che non si voglia considerare tale Montichiari (è tornato a pieno regime by the way ? Mah... Chissà...). Quando quelli che comandano, disgraziatamente si palesano a video (ma solo su internet) o sotto forma di interviste (concordate ?) generano nel Predicatore che ha seguito le sorti del ciclismo femminile in Italia fin dagli albori o quasi irritazione, insofferenza quando va bene e indifferenza al punto tale che quasi si dimentica l'indirizzo web del suo blog quando lo vuole aggiornare.
Quando il vostro odiato scriba vede il king of selfies, scatta una compilation di rosari pagani, di amare derisioni. Una governance che fa pena perchè non si capisce come faccia a restare in sella nonostante i fallimenti gestionali, deve avere delle qualità nascoste, non percepibili ai non addetti ai lavori...
Quindi ? Quindi via tutti, il reset può non essere la soluzione, ma davanti a promesse non mantenute, ''commissioni atlete di alto livello'' o qualcosa del genere (erano i primissimi anni 2000), incontri, tavoli e tavole rotonde, convegni e chi più ne ha viste più ne ha messe nel corso degli anni, forse potrebbe essere terapia.
Il declino (quello italiano giova ricordare) di un movimento che ha vissuto momenti di grande splendore nonostante tutto e nonostante il poco seguito (e ci riferiamo sempre al quinquennio 1996-2001) non può non comportare ripercussioni ad ogni livello del ciclismo italiano, non si possono sempre eludere gli errori e gli oneri.
L' ''azienda'', visto che chi comanda la vede come tale, ha un movimento che tra junior e elitè porta risultati ogni stramaledetto anno e chi comanda cosa fa ? Boh...
Squadre che hanno chiuso e che chiuderanno, gare a loro modo ''storiche'' magari non per i contenuti tecnici ma per la presenza costante in calendario che non esistono più, una sequenza ininterrotta di errori piccoli e macroscopici, di disastri cruciali, di conservatorismo politico volto a mantenere intatto il potere politico.
Da quasi 30 anni (fa impressione a pensarci), continuiamo a ripetere le stesse cose e da sei anni al timone ci sono sempre gli stessi. Se dopo 30 anni ci ritroviamo ancora in questa situazione , significa che questo tempo è passato inutilmente. Impianti ? Se ne parla ma boh... Un velodromo coperto a Milano ? Lo aspettiamo dal 1986, le squadre che chiudono o sono costrette e ridimensionarsi per stare in piedi ? Al gestore frega zero. La promozione delle gare ? Siamo rimasti a metà anni 90, le gare cancellate e mai più riproposte ? Chissenefrega, tanto arrivano le medaglie... Qualcuno deve renderne conto, non si può sempre risolvere tutto con una alzata di braccia e un ''ma cosa vuoi fare... Ma lascia stare...'', e quel ''qualcuno'' che aveva la responsabilità di fare le riforme non le ha fatte. Una ''azienda'' (chiamiamola così) che è stata il contesto perfetto per battaglie di potere fra le parti senza capire che facendo ''sistema'' ci avrebbero guadagnato tutti. Una ''azienda'' che ha messo insieme le peggiori magagne delle squadre di club e non un solo pregio. A tutti i livelli sono mancati managers ''capaci'', non i fuffamen che parlano per frasi fatte, ed è mancata la visione.
Coloro i quali nel corso degli anni hanno messo in luce le criticità del settore femminile sono stati messi da parte preferendo non ascoltarne i moniti, preferendo la strada maestra del fallimento ad libitum. Così ci si è arrangiati alla meno peggio come capita spesso e volentieri in Italia sperando nello ''stellone'', andando avanti con superficialità e il convincimento che accontentando tutti e nessuno si faceva l'interesse del movimento; uno straordinario errore che paghiamo in maniera avvilente.
Tanti motivi del generale ''impoverimento'' avvenuto negli ultimi 20 anni a star stretti, molteplici le responsabilità: di chi comanda e di chi comandava, di diversi team managers, di certi media: è giusto trovare i colpevoli, è più stringente cercare delle cure che funzionano. Sempre tenendo a mente che ci vorrà tempo, gli uomini ''giusti'', tanto lavoro e la voglia di iniziare a ''fare'' il ciclismo femminile in Italia. Abbiamo davanti a noi un anno e 8 mesi prima di provare per l'ennesima volta a rilanciare il movimento, in questo lasso di tempo il ciclismo femminile italiano ha la possibilità di ripensarsi in modo profondo, significativo, di trovare le persone giuste e di partire perchè qui si tratta di partire, non di ripartire. Adesso serve solo questo, iniziare già da ora ad andare avanti lasciando indietro tutti coloro i quali non si sono dimostrati all'altezza della situazione. Qualcuno potrà dire ''si ma Predicatore, tu hai delle idee ? Delle proposte ???''. Scorrere il blog e leggere please.
Il Predicatore
